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Roma

La Città Eterna, perché è così che viene chiamata Roma, è stata sotto il regno di Lamberto Alberico Rosini per circa seicento anni. Tale cainita, appartenente al sangue Ventrue, ha condotto molte campagne, soprattutto nel settecento, di riconquista di città italiane prese dalla furia sanguinaria del Sabbat.

Benché fosse sostanzialmente un idealista aiutare le città prese dal Sabbat a riguadagnare raziocinio, grazie al ripristino dello status quo, non era certo cosa gratuita; le città che venivano aiutate a non cadere o che venivano riconquistate dovevano suggellare un contratto di vassallaggio al Principe di Roma. Data la violenza e la frequenza delle intrusioni della spada di Caino, durante buona parte del 1700, il suo aiuto fu spesso invocato e, di conseguenza, il numero delle città vassalle aumentò sempre più.

Questo portò Lamberto ad essere chiamato con appellativi quali: Il Principe dei Principi, lo splendido Re, l’Imperatore o, più comunemente, Lamberto l’unificatore. Il suo innato carisma fu coadiuvato, a partire dal 600 circa, da una bizzarra e molto utile attitudine; il suo sangue acquisì il potere di renderlo emotivamente indispensabile per tutti coloro che avevano a che fare con lui. Quanto più si stava in sua presenza, tanto più la “Dipendenza emotiva” aumentava.

Ovviamente, data la natura dell’ascendente, chi era sotto il giogo di tale potere non si rendeva conto che fosse sovrannaturale la natura di tale incanto. Tutti a Roma ne erano vittima e persino gli umani provavano felicità anche solo per il fatto di vivere a Roma, pur non vedendo l’origine di tale gaudio.

Già nei primi anni del 1600 dovette affrontare un grave problema gestionale per quel che riguardava Roma: da tempo immemore, così tra i cainiti romani come tra i mortali, erano coloro che godevano di sangue nobile a comandare su gli altri e coloro che non si trovavano nel novero degli aristocratici erano nient’altro che plebei. L’unica eccezione, dal 1252 in poi, riguarda gli aderenti al Monastero.

Da questo anno in poi i nobili, per godere di governo legittimo e divino, dovevano avere il benestare ufficiale della Chiesa. Questo portò, così come fu tra i mortali, al fatto che il principe dovesse essere incoronato in una cerimonia civile e religiosa officiata da un cerimoniere laico e da un Patriarca del Monastero. Dunque benché i nobili regnassero serviva il supporto del Monastero altrimenti, senza la legittimazione necessaria, persino i plebei avrebbero iniziato a vedere il Principe un loro pari e l’insurrezione sarebbe stata imminente.

Di fatto già nella prima metà del XV secolo presero forma, seppur primordiale, le prime fazioni. Ma si trattava di entità collettive talmente infime, numericamente parlando, da non rappresentare un vero problema per la stabilità del governo dell’Urbe. Nel 1500, come fu tra i mortali, i cainiti romani iniziarono a slanciarsi verso ideali più moderni legati alla ragione piuttosto che alla religione; questo non toccava nobili e religiosi le cui idee erano troppo radicate nel tempo.

Come accennato prima, nel 1600, scaturì un problema e nacque proprio da questo sottile equilibrio di forze; alcuni plebei, ovvero vampiri senza sangue nobile e non aderenti all’ordine monastico, si riunirono e vollero creare una fazione per ritagliare nella città un loro spazio politico.

Ne facevano parte molti fratelli, dato che rappresentava per costoro la possibilità di rivalsa.

Tale fu il successo che nel 1617 a pochi anni dalla nascita della “Confraternita”, così era chiamata, ne nacquero altre che differivano dalla prima per ideali e modus operandi. Non si fece in tempo a giungere alla metà del XVI secolo che nel 1545 il numero delle confraternite, questo era ora il nome generico di tali gruppi, fu eccessivo. Ognuna tentava, ovviamente, di prevalere sulle altre tentando ad ogni possibilità di acquisire diritto di progenie, così da incrementare le proprie fila.

Il Principe guidava di persona le campagne di riconquista, dunque si trovava spesso fuori città ed i sui vice erano meno incorruttibili di lui. Il numero dei cainiti stava divenendo pericoloso, se non fosse stato per l’incremento demografico degli umani sarebbe già stata imminente una possibile breccia nella Masquerade. Tornando, il Principe, indisse un concilio in cui vennero convocati tutti i vampiri dell’Urbe.

Molti furono richiamati persino utilizzando i poteri del sangue. All’interno della riunione si discusse di quanti e quali confraternite potessero continuare ad essere e la regolamentazione numerica di ognuna di esse. Vennero abolite tutte le confraternite a parte tre. Alcuni degli aderenti a quelle che furono smantellate si accorparono ad altre ancora esistenti, altri fuggirono da Roma, altri si opposero e perirono, altri divennero anarchici e di altri ancora non si conosce la sorte.

Da quella notte uscirono i fautori dell’equilibrio dell’Urbe: I Nobili, il Monastero, la Loggia. Quest’ultima è un’organizzazione di stampo massonico che studia e cura i problemi di esoterici che si accalcano nella città. E’ composta in prevalenza da Tremere, con la presenza di pochi cainiti appartenenti ad altri clan.

Un’altra fazione che, pur non essendolo di fatto, può considerarsi una confraternita è la Roma di sotto.
Sotto la magnifica Città Eterna ne esiste un’altra, antica ed immersa in putridi liquami.
Questa città appartiene ai mostri chiamati nosferatu.

Di sotto c’è un principe, chiamato Dominus Venatorum e delle leggi a parte. Per poter scendere nella Roma di sotto, chiunque non appartenga al sangue dei Nosferatu, deve ottenere il permesso da una inquietante figura chiamata Caronte. Ma una volta sotto ci si troverebbe comunque in un regno pericoloso, da cui sarebbe possibile non riemergere mai più.

Sembra, ma nessuno di sopra ne è sicuro, che di sotto siano stati abbracciati dei fratelli che mai sono usciti in superficie; dunque questi non si sono dovuti presentare al principe di sopra rendendo un’incognita, per i cainiti della superficie, il reale numero dei nosferatu di sotto.

Nel 2004 un’inquietante evento ha scosso tutta la società notturna dell’Urbe. Pochi ricordano bene l’evento, ma alcuni anziani di Roma hanno mostrato dei segni, come di una malattia. I tremere, insieme alla loggia, hanno tentato di studiare il male, ma non sono riusciti a salvare coloro che si erano ammalati.

La maggior parte degli anziani sono morti e con loro la maggioranza dei primogeniti. Coloro che sono sopravvissuti hanno evitato il contagio fuggendo da Roma dopo aver saputo che alcuni anziani avevano mostrato i sintomi di un terribile male. Di fatto, questo morbo, sembra colpire solo coloro che possano vantare un vetusto sangue.

L’unico anziano rimasto in città è il primogenito Chigi del sangue Toreador. Dopo aver mostrato i primi sintomi del male essi sono regrediti lasciandolo indenne; questo fatto portò non pochi sospetti su di lui, ma il Principe in persona, ormai anch’egli ammalato, mostrò estrema fiducia nella persona di Chigi. Per ben quattro anni il male consumò il Principe Rosini che con estrema dignità affronto la sua stessa lenta distruzione.

Malgrado gli sforzi di molti la cura non giunse in tempo ed il 29 Febbraio, un giorno che non dovrebbe essere esistito, il Principe morì.
Dopo un mese di veglia funebre il 29 Marzo ebbe luogo il suo funerale seguito da una triste riunione nell’Elisio.

La situazione

Il Principe è morto, lui che era la sicurezza, lui che da secoli rappresentava l’unione delle città della Camarilla in Italia, lui che era la meraviglia che rendeva vivibile l’eternità.

Roma non può essere protetta dagli anziani, il sabbat potrebbe approfittare; nel resto d’Italia non si sa se il morbo giungerà a portare lutti altrove; manca la figura regale che per secoli ha evitato lotte tra i regnanti delle varie città. Manca un principe nella città che fu la capitale d’Italia.

La dipendenza emotiva che tutti avevano verso il principe sta logorando i sentimenti di ognuno, creando delle vere e proprie crisi d’astinenza.
E’ nel lutto e nella tragedia che inizia la cronaca

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